Superare la legge Fornero proseguendo sul cammino già tracciato.
Le Quote e l’Ape Sociale sono una nostra creatura. Impediamo che si torni indietro.

I dati sull’incidenza delle pensioni sul Prodotto interno lordo, che collocano il nostro Paese tra quelli con la spesa più alta, sono falsi.
L’Italia è perfettamente allineata con il resto dell’Europa, basta fare bene i conti in modo corretto. Se si scorpora dal costo della previdenza quello dell’assistenza e le tasse sulle pensioni, che rientrano nel bilancio dello Stato per coprire altri bisogni essenziali, che ammontano a più di 50 miliardi di euro all’anno, si passa dal 16% a meno del 12% di peso delle pensioni sul Pil.
Su queste vere e proprie bugie e sul rigonfiamento dei conti si basano i continui attacchi al sistema previdenziale italiano e i pregiudizi sull’idea di superare la legge Fornero.
Su questo ci siamo già messi all’opera nella scorsa legislatura con provvedimenti concreti. La legge Fornero, secondo i calcoli della Corte dei Conti, rappresenta un terzo dei risparmi da qui al 2050: gli altri due terzi di risparmi sono rappresentati dalle riforme Maroni (2004), Damiano (2007), Berlusconi (2010). Quindi il nostro obiettivo, anche alla luce di queste valutazioni, rimane quello di superare la legge Fornero, perché non è vero che sia il pilastro sul quale si regge l’equilibrio del sistema previdenziale. La stima dei risparmi 2004-2050 è di complessivi 900 miliardi di euro, soltanto 300 dei quali imputabili al Governo Monti. Si erano già corretti gli sprechi, posto fine alle baby pensioni, a vari privilegi. E’ dal 1992 che diversi governi hanno agito in modo da poter tenere in equilibrio il sistema, ma non si sono mai creati i drammi provocati dalla manovra Monti/Fornero, perché era sempre stata garantita una gradualità e si era sempre tenuto conto delle situazioni reali esistenti anche nel mercato del lavoro.
L’unica legge che non aveva tenuto in nessun conto la complessità delle diverse situazioni lavorative e previdenziali esistenti era stata la legge 122/2010 (Governo Berlusconi), che aveva creato un’attesa di 12 mesi per il pagamento del primo rateo di pensione, indipendentemente dal fatto che fossero stati già raggiunti i requisiti, per tutti i dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi. Tempi di attesa, questi, senza valorizzazione dei contributi se si lavorava e senza tutelare i disoccupati o chi aveva perso il lavoro, già in piena crisi economica. Questa era stata anche la prima legge di pseudo riforma che non aveva salvaguardato i prosecutori volontari e aveva reso onerose tutte le ricongiunzioni dei contributi creando situazioni gravissime di contributi pagati due volte e drammi di persone il cui diritto alla pensione è stato bloccato per anni. Tutto ciò va sottolineato perché nel luglio del 2010, quando questa legge è stata approvata, la Lega era al Governo con Berlusconi.
I dati reali ci consentono di confutare le tesi liberiste e artefatte in merito all’eccessivo costo delle pensioni in rapporto al Pil, che hanno come obiettivo principale un nuovo assalto allo Stato Sociale.
Noi dobbiamo sfidare il Governo a continuare sulla strada che abbiamo avviato con le 8 salvaguardie degli esodati, il prolungamento della sperimentazione di Opzione Donna, l’Ape sociale e volontaria e con il rallentamento del meccanismo che aggancia l’età della pensione all’aspettativa di vita. Abbiamo impegnato, complessivamente, 20 miliardi di euro e mandato in pensione circa 200.000 lavoratori. Adesso, non si devono fare passi indietro: persino Salvini si è accorto che una Quota 100, che parta dai 64 anni di età, non va bene e noi proponiamo la partenza da 62 anni. Ma nel Governo si è aperta, su questo, una contraddizione tra Salvini e Tria. Dobbiamo ristabilire la realtà: le Quote sono un’invenzione del Governo Prodi. All’epoca si partì da 95. Se l’attuale proposta del Governo giallo-verde fosse 64 anni di età e 36 di contributi sarebbe un peggioramento rispetto all’Ape sociale e Volontaria che partono dai 63 anni. In questo caso proporremmo di adottare l’età di 63 anni come misura di anticipo flessibile rispetto ai 67 anni che scatteranno dal primo gennaio del prossimo anno. Un’età che deve valere per la Quota 100, per l’Ape e per chi va in pensione con il contributivo puro. In quest’ultimo caso, modificando la normativa attuale, cioé cancellando il vincolo di percepire l’assegno pensionistico solo qualora l’importo sia almeno 2.8 volte il minimo: un assurdo per un sistema contributivo. Si dice sempre che si deve percepire l’assegno in base a quanto si è versato, tutti gli altri vincoli sono una contraddizione. Inoltre, si deve insistere per prolungare l’Ape sociale, che scade alla fine di quest’anno, andare oltre nella sperimentazione di Opzione Donna, fare la nona e definitiva salvaguardia degli esodati e introdurre la “pensione contributiva di garanzia” per i giovani.
Va ricordato che l’Ape è stata la vera rivoluzione rispetto alla manovra Fornero e all’aspettativa di vita che aveva avuto origine con il Governo Berlusconi, del quale faceva parte la Lega, nel 2009 e 2010. L’Ape ha introdotto il principio per cui non tutti i lavori sono uguali: si è prevista una commissione per ampliare le categorie interessate, si è considerato almeno un bonus fino a 2 anni per le donne e sono stati valorizzati i lavori di assistenza a familiari disabili, sono state introdotte Quota 91 e 93 (63 anni di età + 28 anni di contributi per le donne con 2 figli e 63 anni + 30 anni di contributi per gli uomini).
Si è bloccata l’aspettativa di vita fino al 2025 per i lavori usuranti che prevedono ancora le “vecchie” quote Prodi-Damiano, non modificate dalla manovra Fornero.
Aldilà quindi dei facili slogan, bisogna entrare nel merito e capire bene cosa possa essere un miglioramento, distinguendo le soluzioni plausibili da quelle che sono solo un vendere fumo.
Su tutto questo va riaperto il tavolo di confronto con i sindacati, proprio perché ci sia chiarezza e trasparenza.

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