Ricostruire il Partito Democratico e restituirlo agli iscritti.
Non un Partito del leader.
Fermare i capibastone e le truppe cammellate.

È ora di porre fine all’inconsistenza del “partito leggero”, gassoso e mediatico. Vogliamo tornare a un partito solido, radicato nel territorio, fatto di iscritti, militanti, simpatizzanti ed elettori, che utilizzi gli strumenti del web non come fine, ma come strumento per costruire una comunità. Si deve, perciò, riformare lo Statuto. Dobbiamo recuperare una struttura di sezioni e Federazioni che contano e decidono. Il processo decisionale deve coinvolgere, in modo democratico, l’intero corpo del Partito. Si deve disciplinare il voto delle primarie per legge. Finché ciò non sarà stato fatto, va costruito un albo degli elettori del centrosinistra al quale sia obbligatorio iscriversi almeno tre mesi prima delle primarie. Chi è manifestamente elettore di destra non va accettato. Si devono fermare, una volta per tutte, le truppe cammellate della destra che scelgono i candidati della sinistra. Ma è altrettanto indispensabile coinvolgere gli iscritti, con sistemi di consultazione codificati e resi definitivamente operativi ed esercitabili, non solo per la scelta delle persone, ma anche – anzi, soprattutto – sulle linee strategiche che dovranno caratterizzare la linea politica del Partito.
In Gran Bretagna il Labour Party celebra annualmente il proprio congresso, ma, se in corso d’anno, emerge una questione di dirimente rilevanza politica, celebra un apposito referendum tra gli iscritti. Nei dieci anni di storia del PD, non solo non si è mai voluto dare corso alla disciplina dell’istituto referendario tra gli iscritti, anche se statutariamente previsto; al contrario, anziché ampliare le basi per una reale partecipazione democratica alle proprie scelte, anche di rilevanza cruciale, si è andata affermando una prassi elitaria, asfittica e opaca seguita da una classe dirigente sempre più distaccata dalla propria base, trasformando lo stesso istituto delle primarie in una sorta di plebiscito palingenetico.
È necessario separare gli incarichi: chi verrà scelto come segretario nazionale del PD dovrà dedicarsi a tempo pieno alla gestione del Partito. Si deve perciò rendere obbligatorie le dimissioni dagli incarichi istituzionali incompatibili con le responsabilità di direzione di un Partito. Si deve far rispettare la proibizione di ricoprire molteplici cariche istituzionali, costantemente violata da eletti del Partito. Si deve ripristinare l’operatività delle Commissioni di Garanzia, sia quella nazionale che quelle territoriali. Si deve applicare, nei territori, un modello organizzativo coerente con lo Statuto.
Il finanziamento al Partito deve essere monitorato e rispettato dagli eletti. La quota del 10% degli emolumenti derivanti dall’incarico ricoperto, deve essere regolarmente versata. La certificazione dei bilanci deve essere obbligatoria anche per le Segreterie regionali.
È necessario tornare a prevedere percorsi di formazione politica a livello nazionale e territoriale.

Da parte di un Partito destrutturato come il PD attuale è futile pensare di cavarsela con l’uso di espressioni come “ascolto” o “ritorno nelle periferie”. Sono espressioni che possono solo dare l’idea del porre, paternalisticamente e ipocritamente, l’orecchio al popolo che ti ha già voltato le spalle. Si deve realizzare una discontinuità autentica e percepibile. Il nostro Partito deve essere espressione del popolo per il popolo, del lavoro di squadra e non di un leader solitario.

Le alleanze con altre forze politiche non devono essere né un tabù, frutto di una “vocazione maggioritaria”, insensata al di fuori di un sistema bipartitico, né un obiettivo a priori. Se si decide di stringerne, esse devono essere frutto di una convergenza programmatica e non una forzatura tattica.
La priorità, però, deve essere quella di dotarsi della capacità di rivolgersi a tutto l’elettorato progressista.

 

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