di  GIorgia D’Errico

 

L’intervento, per Laburisti Dem, a “Con noi per l’Italia”, assemblea nazionale delle associazioni della sinistra del Partito Democratico tenuta, a Roma, il 16 dicembre.

“Oltre un italiano su tre è occupato in lavori che non sono direttamente legati alla sua formazione”. Questo è quanto emerge dal nuovo rapporto Ocse sulla scuola e il mondo del lavoro, presentato ieri a Roma, risultato che, come esponente di quella nuova generazione della quale troppo spesso si parla e che non è più tanto ‘nuova’, ritengo meriti una riflessione.
Dentro a quel 35% che non fa ciò per cui ha studiato ci sono molti di noi, molti di coloro che mostrano insicurezza nella loro vita personale e nella loro vita professionale.
Non parlo di velleità né di frustrazioni giovanili, ma di ingegneri che vanno a consegnare la pizza in motorino o di archeologi che fanno i muratori. Quelli che, nella migliore delle ipotesi, il precariato è ‘uno stile di vita’ e che si nascondo dietro a quel “almeno un lavoro ce l’ho. Precario e sottopagato ma ce l’ho”.
E quando la forma più alta di realizzazione per l’uomo, il lavoro, non è consolidato, sarà difficile che io riesca a rendere sicura la mia vita personale fino addirittura a formare una famiglia e ad avere dei figli.
Durante gli anni di formazione ci viene richiesto il massimo. Il nostro Paese, di fondo, investe su di noi, sulla nostra cultura e sulla nostra preparazione ma poi spesso non ci concede di restituire nulla. Ci lascia andare via non per scelta ma per necessità oppure ci costringe a fermarci o ad accontentarci. Siamo proprio quella generazione nata e cresciuta con la consapevolezza di essere un problema e non una risorsa. Se poi sei giovane e donna, la consapevolezza in tal senso è doppia.
Bisogna saper che, se impiegassimo tutta la forza lavoro giovanile – disoccupata e “potenziale”, cioè scoraggiati, inattivi, sottooccupati come i part-time involontari – l’Italia crescerebbe del 4 % l’anno, secondo tutti i modelli economici utilizzati; i conti pubblici sarebbero in ordine e le disuguaglianze sociali fra le generazioni si attenuerebbero.
La mia generazione, figlia dei baby boomers, si è trovata a vivere la più grande crisi del capitalismo e contemporaneamente a vivere in un mondo globalizzato e alle prese con la digitalizzazione del lavoro. Il nuovo salto tecnologico, che in Europa molti chiamano ‘4.0’, rischia di riprodurre le stesse caratteristiche del sistema produttivo italiano. Se non governato politicamente, potremmo avere la peggiore espressione nel caporalato digitale e nella precarietà da ‘piattaforma digitale’ o la migliore espressione di un’industria ‘di nicchia’.
Di fondo, quest’epoca rischia di diventare la più grande delle illusioni. I nostri genitori sono stati la generazione delle conquiste dei diritti. Noi siamo, invece, quella generazione che nemmeno sa quali siano i pochi diritti rimasti.
Cosa fare, dunque? Stiamo tornando indietro o possiamo ancora migliorare e avanzare? Io sono ancora dell’idea che la politica possa incidere e che non è vero che, come sbandierava in una intervista qualche giorno fa  Castaner, braccio destro di Macron, la destra e la sinistra non esistano più.
E in questo caso: non basta ribadire di aver fatto o voler fare “cose di sinistra”: serve conservare nella propria essenza di  partito, quei principi forti e chiari che, per esempio, ti consentono di non arrenderti alla cultura liberista. Essere dalla parte del lavoro, vuol dire essere di sinistra. E come lo fai?
Pensando a come creare nuova occupazione e non solo a come regolamentarla, aumentando la stabilità, il reddito e la qualità del lavoro, soprattutto quello delle donne.
Trovo sconcertante che in un Paese come quello nel quale ho scelto di vivere, una donna su cinque smette di lavorare dopo la maternità. A distanza di un anno e mezzo dalla nascita dei figli, secondo dati Istat, ben il 20,1% delle neo-mamme lascia il posto di lavoro. Ad abbandonare la carriera sono, in particolare, le madri fino a 30 anni. Tra queste ex lavoratrici, il 7% perde il lavoro, il 24% non vede rinnovato il proprio contratto e il 69% abbandona il lavoro di propria volontà. Per il 60,8% delle madri, la motivazione più ricorrente è quella di voler ‘passare più tempo con i propri figli’ e l’inconciliabilità del lavoro con l’organizzazione familiare.
Non si può dire che in questi cinque anni di Governi Letta, Renzi e Gentiloni la questione non sia stata centrale e siamo tutti consapevoli che qualche passo avanti ci sia stato. Penso al Jobs Act del lavoro autonomo o alla battaglia sull’equo compenso.
Ma penso anche che sia arrivato il momento di proseguire le nostre politiche pensando a una visione di più ampio profilo, di ripensare a un lavoro di qualità. Di provare a ripensare un Paese che cambia e che deve rinnovarsi nonostante tutte le sue contraddizioni.
Dobbiamo tornare a parlare di lavoro e conciliazione non solo attraverso politiche temporanee ma strutturali, convinti che il contributo del lavoro femminile sia essenziale per lo sviluppo di questo Paese senza dover rinunciare a tutto il resto.
Dobbiamo tornare a immedesimarci nel lavoratore che ha un contratto a tempo determinato, al quale sono stati fatti 28 rinnovi; al lavoratore del call center; al ricercatore che vorrebbero rimanere in Italia pagato per ciò che vale.
Di fondo, tutto quello che abbiamo detto fino ad ora non rappresenta un problema solo per il presente ma soprattutto per il futuro. È chiaro a tutti che un giovane precario sarà un pensionato povero. E il problema vero non è che “non avremo mai una pensione”, slogan falso che  anche noi dovremmo iniziare a silenziare, visto che il sistema contributivo, al quale siamo tutti sottoposti,  spende solo ciò che prende. Il regime contributivo però è lo specchio di ciò che accade nel mondo del lavoro e avere carriere discontinue e con retribuzioni basse vuol dire avere pensioni basse.
Dobbiamo allora concentrarci, ancora una volta sull’occupazione e su come sta cambiando nel nostro Paese il mercato del lavoro. E ancora una volta solo una politica giusta, che vuol dire che ha un progetto, equo, trasparente, potrà superare l’individualismo, fortemente accentuato dal ventennio berlusconiano ha prevalso nel nostro paese. È tempo di portare nuovi valori e orizzonti.
La richiesta di una politica vera, appassionata e appassionante da parte dei giovani può esistere ancora. Dobbiamo solo tornare a crederci e a farla vivere dall’alto con nuove idealità e dal basso con luoghi e momenti di nuova partecipazione.

Giorgia D'Errico

Giorgia D'Errico

Assistente parlamentare

Laburisti Dem Piemonte.

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