Una lettera dal presidente di Laburisti Dem

“La depressione che ha investito l’intero pianeta, l’abnorme anomalia della disoccupazione in un mondo bisognoso di tutto, i nostri stessi, disastrosi errori, tutto questo, ci impedisce di vedere sotto la superficie e di capire dove stiamo andando. La mia previsione è che le due forme di pessimismo più clamorose, e contrapposte – il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibrio talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento -, si riveleranno, a tempo debito, entrambe errate.”

Queste non sono parole di oggi. È quanto scriveva John Mynard Keynes, nel 1931, all’indomani della Grande Crisi del 1929, in un saggio intitolato Possibilità economiche per i nostri nipoti. Ma non potrebbero essere di maggiore attualità se fossero state appena vergate. Perché ci ricordano che ciò che si trova alle estremità dello scenario politico blocca la possibilità di creare progresso sostanziale. E quanto sia necessaria, invece, una robusta azione riformista.

Pochi giorni fa, con un gruppo di parlamentari e militanti democratici, abbiamo dato vita
all’Associazione Laburisti Dem. È la formalizzazione del percorso avviato a marzo nella fase pre-congressuale del Partito. “Uguaglianza, lavoro, inclusione” sono le parole chiave che hanno accompagnato la costruzione della nostra area – Sinistra Pd, prima, Sinistra Pd-Laburisti, negli ultimi mesi – fino alla formazione dei Coordinamenti regionali, provinciali e cittadini.


Oggi, è venuto il momento di dar corpo a questa area, attenta, prioritariamente, ai temi rappresentati da quelle parole chiave. In questa fase storica della vita del Partito, ci collochiamo, con spirito unitario, nell’area della minoranza.


Ciò che intendiamo promuovere, dunque, è un’azione politica radicalmente riformista di impronta socialdemocratica. Laburisti perché vogliamo rappresentare coloro che del proprio lavoro, sempre più faticosamente, devono vivere. Democratici perché questo è il nostro Partito. Un Partito delle cui ragioni storiche, radicate nei principi comuni alle culture politiche che in esso si è inteso riunire, riconosciamo la piena validità.


La nostra azione politica muove dalla consapevolezza di alcuni fatti. Perché la crisi del capitalismo, così come lo conosciamo, ha radici profonde: i mercati non sono così efficienti e capaci di autoregolarsi. Come ricordano gli economisti Marianna Mazzucato e Michael Jacobs nell’introduzione alla raccolta di saggi, da loro curata, Ripensare il capitalismo, “negli ultimi quarant’anni […] anche quando la crescita è stata consistente, la maggioranza delle famiglie non ha sperimentato un incremento commisurato del proprio reddito reale. […] In tutte le economie avanzate, la quota del Pil che va ai lavoratori è scesa in media del 9 per cento tra il 1980 e il 2007. […] L’Organizzazione internazionale del lavoro calcola che in 36 economie sviluppate la produttività del lavoro è cresciuta a un ritmo quasi tre volte superiore alla crescita dei salari reali. […] Nei primi tre anni della ripresa seguita al crac del 2008, qualcosa come il 91 per cento dei guadagni di reddito è finito nelle tasche del percentile più ricco della popolazione. […] Contemporaneamente, la maggior parte dei paesi sviluppati ha visto il mercato del lavoro diventare più polarizzato e insicuro. […] Dopo il crac finanziario la disoccupazione è rimasta ostinatamente alta, soprattutto fra i giovani. […] Le forme di lavoro “atipiche” […] ormai rappresentano circa un terzo dell’occupazione totale nei paesi dell’Ocse e comprendono la metà dei posti di lavoro creati dagli anni Novanta e il 60 per cento di quelli creati dopo la crisi del 2008. […] Il risultato di queste tendenze è stato un aumento della disuguaglianza in tutto il mondo industrializzato”.


Dunque, l’ideologia ultraliberista che ha dominato negli ultimi trentacinque anni ha devastato l’economia. Per converso, il proliferare di movimenti populisti, ovunque collocati, cui assistiamo in quest’epoca, tutto può portare ma non lo sviluppo di rimedi a questa situazione di ingiustizia diffusa. I due estremi, come affermato da Keynes ottantasei anni fa, non possono essere portatori di soluzioni eque ed efficaci.

È per questo che, per coloro che vogliamo rappresentare – giovani dal futuro incerto, lavoratori immersi nella precarietà, anziani che soffrono le insufficienze del sistema previdenziale – noi intendiamo rinnovare e rinvigorire il fronte della socialdemocrazia. Perché siamo consapevoli della fragilità della democrazia in questo tempo di ingiustizia e della necessità di agire con la forza della ragione per sviluppare azioni di riforma per l’oggi e per un domani che riconosca la ragione dei molti. Per noi, per i nostri figli, per i nostri nipoti.

Cesare Damiano
novembre 2017

 

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